|
|
LA STORIA
Il paese di Bomarzo, sorto dalle rovine
dell’antica Polymartium, era nel Cinquecento un piccolo borgo raccolto sopra un
modesto rilievo collinare in vista della valle del Tevere. Posto tra l’Umbria ed
il Lazio, ai limiti del misterioso mondo degli etruschi, l’abitato faceva
originariamente parte di un dominio tra i piu antichi della Chiesa romana, il
cosiddetto "Patrimonio di San Pietro", cospicua donazione territoriale risalente
al tempo dell’imperatore Carlo Magno. Dopo la seconda metà del secolo XIII, gran
parte della regione passa sotto il dominio della famiglia patrizia Orsini,
finché nel 1525 il duca Giancorrado, discendente dall’antico ramo degli Orsini
di Castello, scelse Bomarzo come luogo di residenza e centro di potere per il
suo casato, iniziando la costruzione di un edificio di grandiose proporzioni e
di geometrica semplicità. Alla sua morte, il patrimonio di famiglia fu conteso
per lunghi anni dai figli Giacomo, Pierfrancesco e Maerbale, finche nel 1542,
non essendosi ancora appianati i contrasti tra gli aventi diritto, il cardinale
Alessandro Farnese venne incaricato di emettere un lodo arbitrale per dividere
ed assegnare definitivamente i beni dell’eredità. Il palazzo di Bomarzo fu
assegnato a Pierfrancesco Orsini, il quale, d’altronde, già da diversi anni ne
aveva preso tacitamente possesso. Nato il 4 luglio 1523, questi aveva tratto dal
nonno paterno tanto il nome Pierfrancesco quanto il soprannome "Vicino",
vezzeggiativo con il quale preferì farsi sempre chiamare dai suoi famigliari e
dagli amici più intimi. "Bello d’aspetto e d’animo generoso, amante delle armi e
delle lettere", il duca trascorse spensieratamente la giovinezza negli svaghi di
una vita brillante e mondana. Nel 1544, venutagli improvvisamente a mancare la
bellissima amante Adriana delle Rose, decise di prendere in sposa Giulia Farnese
"prudentissima e magnanima donna", figlia di Galeazzo e nipote del papa regnante
Paolo III.
Poco dopo le nozze, nel 1546, l’Orsini venne
richiamato alle armi assieme ad altri gentiluomini suoi pari per servire nel
corpo di spedizione pontificio apprestato per dare man forte all’imperatore
Carlo V di Spagna, impegnato in Germania contro le truppe protestanti della Lega
di Smalcalda. Tornato nel 1552 dalla fortunata ma lunga spedizione militare,
Vicino si propose di abbellire e rifinire la propria residenza per renderla il
più possibile attraente agli occhi della sua giovane sposa e per dare maggior
decoro ai beni della propria casata A poca distanza dal palazzo, oltre i confini
del tradizionale giardino all’italiana, un luogo ricco di boschività spontanea
si prolungava in dolce declivio verso la valletta del fosso La Concia. Grandi
massi erratici di peperino, precipitati dalle vicine montagne vulcaniche forse
nel corso di qualche antico terremoto, emergevano in pittoresco disordine da
quelle ondulazioni prative, tra i rovi e le sterpaglie del sottobosco. Attratto
dalla selvaggia bellezza di quel vasto anfiteatro naturale cosparso di castagni,
di noccioli e di querce, il duca Vicino decise di annetterlo al giardino del suo
palazzo, forse con l’intento di destinarlo a riserva di caccia od a serraglio
per animali esotici. Non sappiamo se a quel tempo l’Orsini fosse già a
conoscenza delle nuove tendenze manieriste nei confronti della natura, e avesse
quindi idea di sistemare il nuovo territorio secondo criteri decisamente diversi
da quelli ispirati all’antica arte classica o rinascimentale. Per un adattamento
tradizionale, Vicino avrebbe potuto facilmente ricorrere alla consulenza di
valenti artisti operanti nella cerchia romana di sua conoscenza: di Pirro
Ligorio ad esempio, amico di un suo congiunto e progettista della stupenda
residenza del cardinale Ippolito d’Este a Tivoli, oppure del già celebre
Vignola, o dell’Ammannati, ambedue attivissimi nel disegnare ville per conto
della piu ricca nobilta dell’Urbe. Per l’incolta area boschiva il duca preferì
invece pensare ad una soluzione concettualmente autonoma da ogni schematismo del
passato, e forse per questa ragione la volle sempre considerare come un’entità
ben distinta dal preesistente giardino all’italiana, anche se in seguito decise
di includerla entro i confini del parco residenziale. Di ciò troviamo conferma
in una relazione redatta nel 1645 dal notaio Antonio Raynaldi, il quale, nel
descrivere la villa degli Orsini, si precoccupò di fare una precisa distinzione
tra il ben curato "viridarium", situato tra il centro urbano ed il fosso La
Concia, e la "silvula" esistente al di là di questo fosso. Il duca Vicino non
ebbe molto tempo per provvedere alla sistemazione di quel suo bosco incolto. La
prospettiva di godere un duraturo periodo di pace andò ben presto delusa dopo
appena un anno, allorché un nuovo invito pontificio costrinse Vicino ad entrare
al seguito di Orazio Farnese, duca di Castro, per partecipare ad un’altra
operazione militare in Francia, questa volta contro l’imperatore Carlo V.
Malauguratamente, il nobile Orazio, assediato dalle truppe imperiali nella
cittadella fiamminga di Hesdin, il 23 luglio 1553 vi trovò rovinosa sconfitta e
morte. Il duca Orsini, fatto prigioniero assieme ad altri suoi compagni, dovette
attendere quasi tre anni per tornare in libertà, grazie alla tregua quinquennale
concordata tra Francia e Spagna a Vaucelles, nel febbraio del 1556. Appena
rimise piede in patria, il nuovo papa Paolo IV Carafa, invischiato nell’infelice
"guerra di Napoli", lo destinò ad altre operazioni militari contro le truppe
spagnole, e solamente nel settembre di quello stesso anno, dopo che fu firmata a
Cave la sospirata pace, il duca Vicino poté tornare nel suo castello di
Bomarzo.
All’età di trentatré anni, abbandonata la dura
vita delle armi, il duca poté finalmente rifugiarsi nelle gioie della vita
domestica, dedicarsi alle cure dello spirito e riprendere a coltivare quegli
interessi letterari che in gioventù lo avevano reso cosi simpaticamente noto
nella cerchia degli artisti romani. Riannodo l’antica amicizia con Annibal Caro
e con il letterato e poligrafo Francesco Sansovino, figlio del più famoso
Jacopo; con il poeta Giuseppe Betussi ed i letterati Tolomei e Molza, con i
cardinali Gambara ed il trentino Medruzzo e si legò infine "come fratello" a
Giambattista Drouet, sottodatario e cappellano del cardinale Infante del
Portogallo, con il quale intrattenne una lunga ed affettuosa corrispondenza.
Queste prestigiose conoscenze, di estrazione sia romana che veneziana,
mantennero l’Orsini a continuo contatto con le correnti più vivaci dell’arte e
della cultura, facendo cosi decadere il sospetto di un suo deliberato ritiro
entro i confini angusti di un ambiente gretto e provinciale. Purtroppo la sua
felicita famigliare ebbe breve durata: in un periodo di tempo non ben accertato,
ma probabilmente tra il 1557 ed il 1558, l’amatissima sposa Giulia venne
prematuramente a mancargli. Intorno a questi anni risalgono i più consistenti
lavori per la sistemazione definitiva del comprensorio boschivo che mai come in
questo doloroso frangente fu riguardato dal duca come luogo ove "sfogare il
core" dalle amarezze, nell’ansiosa ricerca di pace, di solitudine e di conforto.
Ritiratosi quasi stabilmente nel proprio feudo, il duca, per non cadere "nelle
fallacie et ambitioni delle corti", dirado sempre più i suoi viaggi a Roma,
poiché – scriveva – "le faccende non mi spingono et il piacer non me tira".
Volutamente circoscrisse il suo mondo entro il modesto giro delle proprie terre
e del suo grande palazzo, col proposito di trascorrervi i giorni come " in uno
di quei castelli d’Atlante, dove quei paladini e quelle donne stavano, per
incantamento, spensierati". In questo ritiro agreste ed idilliaco Vicino
trascorse in serenità gli ultimi anni della vita. Oltre alle normali faccende
legate alla conduzione della campagna, il duca occupò quasi costantemente il suo
tempo nelle letture e nel piacere di progettare sempre nuovi "disegni al
Boschetto", facendo scolpire in loco, entro breve giro di anni, i
grandiosi massi vulcanici sparsi su tutto il terreno del parco in forma di
gigantesche figure per lo più belluine e mitologiche. Animarono cosi il bosco
sfingi, sirene, ninfe, satiri, enigmatiche deità fluviali e marine, vari orsi
araldici, una balena, una gigantesca tartaruga, un preistorico drago assalito
dai cani, un elefante guerriero, un massiccio e iroso gigante in atto di
squartare un nemico, ed alcuni enormi, grotteschi mascheroni dalle fauci aperte
e dagli occhi forati. Per la realizzazione di questo paesaggio fiabesco e
mostruoso, 1’Orsini aveva ormai impegnato ogni sua attività creativa più
originale e fantasiosa. Orgogliosissimo, si compiaceva di mostrarlo agli ospiti
occasionali con la consapevolezza di aver creato un "unicum" al cui confronto
non potevano competere ne "Memphi et ogni altra maraviglia ch’ebbe già ’1 mondo
in pregio..." (8).
La fama di luogo particolarissimo ed
eccentrico ove si trovavano raccolte, come scrisse Annibal Caro, "cose
stravaganti e soprannaturali", si era ormai consolidata tra i contemporanei. Non
stupì quindi il fatto che papa Gregorio XIII Boncompagni, nel 1578, dopo essersi
recato in pellegrinaggio alla venerata Madonna della Quercia presso Viterbo ed
aver visitato le grandiose ville del cardinale Gambara e del cardinale Farnese a
Caprarola, volesse andare ad ammirare anche il piccolo parco dell’Orsini a
Bomarzo, per rendersi particolarmente conto delle tanto decantate "meraviglie".
"II prelibato Boschetto", sebbene non potesse in alcun modo competere con la
grandiosità e la magnificenza delle vicine ville dei ricchissimi prelati,
dovette indubbiamente ben figurare quale esempio non comune di creatività
estrosa e bizzarra. L’attaccamento che Vicino portò al proprio parco divenne,
col passare del tempo, sempre più tenace ed esclusivo: "Non mi resta altro
refrigerio se non per il mio boschetto – scriveva nel 1579 – et benedico quelli
denari che vi ho spesi et spendo tuttavia". Vi si recava quasi quotidianamente e
con qualunque tempo, percorrendone i sentieri a piedi od in sella a "Ragazzino",
il suo cavallo preferito. Alla fine del gennaio 1585, la morte colse
improvvisamente Vicino all’età di sessantadue anni.
|
|